arp, paura, discriminazione, associazione stoparp

Riportiamo qui un articolo apparso il 6 novembre 2021 sul settimanale di approfondimento online ilCronista.

Ricordiamo a tutti che, per contattarci, è sufficiente scrivere un’email all’indirizzo info@stoparp.org. Non abbiate paura, non rimanete in silenzio, non rimanete soli.

***

Le Autorità Regionali di Protezione (ARP), non funzionano. Lo dicono le utenze, lo dicono il governo e il parlamento, lo dice in modo tardivo anche il giudice Frranco Lardelli, a capo della Camera di protezione del Tribunale d’appello, l’organo che sovraintende all’operato delle medesime ARP.

I motivi del fallimento delle ARP sono tantissimi: si va dal personale altamente impreparato, dall’assegnazione di mandati di approfondimento conferiti spesso ai soliti nomi, alla cattiveria di chi prende le decisioni e alla profonda differenza tra le decisioni prese da un’ARP all’altra a fronte di casi del tutto simili.

Esaminando da vicino centinaia di fascicoli, però, all’ Associazione StopARP è balzato agli occhi un andamento che aggiunge preoccupazioni alle tante già esistenti: le ARP sembrerebbero agire su schemi discriminanti, sommando pregiudizi a pregiudizi. In alcune perizie svolte da specialisti (per lo più sempre i soliti) emerge persino quel tipo di discriminazione che oggi risponde al nome di body shaming, ossia la catalogazione di cittadini in base al loro corpo.

A fare impressione è l’incapacità di leggere i tessuti socio-culturali di cittadini stranieri. Per carità, in alcuni casi si parla di modi di fare truci e persino diseducativi secondo i costumi elvetici, ma non animati da quella volontarietà che le ARP tendono a vedere ovunque, anche dove non ce n’è traccia.

Non è un’accusa, è un segnale d’allarme

Se davvero i pregiudizi che animano i membri delle ARP (e che spesso ne guidano le decisioni) fossero macchiati anche dalle discriminazione, ne risulterebbe che il nuovo assetto tutorio – quel “Tribunale di famiglia” di cui tanto si vocifera ma che ancora non si cristallizza in modo da potere essere osservato – non dovrebbe essere popolato dagli stessi individui che oggi lavorano per le ARP.

La possibilità che le persone impreparate e prive di etica che oggi lavorano per le ARP si ritrovino a coprire ruoli simili in seno al Tribunale di famiglia, sconcerta. Così come sconcerta il fatto che dal parlamento e dal governo non siano arrivati segnali che tranquillizzino: ne conferme né smentite.

Resta un allarme a doppio suono: non soltanto le ARP si muovono in alcuni casi sul filo della discriminazione di genere, c’è il rischio che a questa si aggiungano discriminazioni di origine, di razza o di fede.

Lo ribadiamo: non è un’accusa e non è una certezza; è una considerazione fatta a margine dell’acquisizione di diversi casi che i cittadini hanno sottoposto all’Associazione StopARP e nei quali non appare una logica vera, che affondi le proprie radici in fatti realmente accaduti, ma riconducibile a pregiudizi.

La gravità di questo fatto, che rimane tutto da provare, sarebbe sconcertante: cadrebbe ogni diritto, cadrebbe ogni solida ragione, perché quando le istituzioni si uniscono contro il cittadino, il cittadino non ha modo di tenere testa a una corazzata simile.

Questa evenienza dovrebbe tenere alta la guardia della politica, del governo e del parlamento. E quest’occhio vigile, fino a oggi, sembra davvero essere rimasto per lo più chiuso.

 

Articolo precedenteIncompetenza e pregiudizio
Articolo successivoL’omertà a Bellinzona? Non solo al Dss